questo punto sarà opportuno inserire qualche riflessione
sulla funzione dell’espressione figurativa in generale.
Gli antichi complessi decorativi delle nostre chiese non hanno
una funzione puramente estetica, non si limitano cioè
a rendere più solenne, più ricca la casa di
Dio.
La loro funzione va ben oltre: come la parola, la liturgia
e le rappresentazioni religiose così diffuse all’epoca
della decorazione della Basilica di Assisi, essi partecipano
alla predicazione, ossia contribuiscono a diffondere la parola
di Dio fra uomini di ogni condizione sociale. Questa fu fin
dagli inizi , la funzione basilare dell’illustrazione
figurativa cristiana e rimase tale nel corso del medioevo,
anche se talvolta l’uso fuorviato della formulazione
pittorica ne oscurò il compito primordiale.
Da un testo del Vescovo Latino Paolino da Nola, consacrato
nell’anno 409, sappiamo che già ai suoi tempi
era uso rivestire gli spazi sacri di “esseri finti”
(animantibus adsimulatis). Ciò che lo indusse a decorare
la sua basilica dedicata a San Felice, fu il fatto che la
gloria e la fama dei Santi attirava i credenti e li incitava
ad approfondire le loro cognizioni. “Vengono in schiere
da lontano, spinti dalla loro fede. Ma sono illetterati e
incolti, talvolta persino male informati, perché non
sanno leggere, Ma non appena si trovano in contatto visuale
con le figure aggetto della loro venerazione, si desta in
loro la gioia della contemplazione”.
Questo passo fa risaltare la forza della suggestione che dà
vita alla figura.
“La loro perseveranza è tale che non appena scende
l’oscurità, si procurano delle torce, e invece
di abbandonarsi ai piaceri del vino, godono la gioia che procura
loro la contemplazione e la comprensione della vita dei Santi”.
Il Vescovo Paolino riconobbe dunque il valore dell’illustrazione
come mezzo di istruzione e predicazione. Anzi, egli le attribuì
una forza dinamica non inferiore alla parola scritta.In questo
senso si devono interpretare le raccomandazioni date alle
autorità ecclesiastiche nel corso dei secoli. Sono
spesso citate le parole di Antonio il Grande, morto nel 604:
“La pittura è tollerata nelle chiese perché
le sue rappresentazioni figurative sulle pareti, insegnano
agli illetterati, ignari delle lettere, quello che non possono
imparare dai libri”.
L’immagine e la figura non hanno però sempre
trovato solo stima e apprezzamento bensì contraddizione
e odio, basti constatare che la funzione dell’immagine
e della rappresentazione figurativa uscì elevata e
sublimata dalle lotte di cui fu oggetto, come dimostrò
l’iconoclastia bizantina terminata nell’anno 843.
All’epoca in cui si compì il rivestimento pittorico
della chiesa di San Francesco, la raffigurazione era ancora
considerata come la “Scrittura dei laici” (Durando
il Vecchio).Bisogna tuttavia rendersi conto che le espressioni
“laici, illetterati, Analfabeti” a quell’epoca
non avevano lo stesso significato che viene dato loro al giorno
d’oggi. La stampa non era stata ancora inventata e le
illustrazioni di quei tempi richiedevano uno studio molto
approfondito per essere interpretate adeguatamente.
Già i Padri della chiesa orientale si erano occupati
della relazione tra rappresentazione figurativa e parola pronunciata,
cioè letta, perché il “leggere”
d’allora non era altro che un “leggere ad alta
voce”. E giunsero alla conclusione che l’occhio
si lascia ingannare molto meno dell’orecchio.
La figura riceve la sua funzione dalla Sacra Scrittura. Questo
è il risultato delle riflessioni dei Padri greci e
latini. Perciò il concetto di “figura”
o “immagine” o “ritratto”, rappresentava
per loro tutt’altra cosa di quello che si intenderà
più tardi, per esempio nel Rinascimento, usando le
stesse espressioni. L’epoca che precede il Rinascimento
cercava di dipingere l’uomo come lo vede Iddio, cioè
come lo vedeva la Bibbia. Paolino da Nola (353-431) risponde
ad un’amico che gli aveva chiesto un ritratto con queste
parole:: “ Che ritratto dobbiamo mandarti? Dell’uomo
terreno o dell’uomo celeste? So che tu desideri l’immagine
indelebile che ama in te il Re celeste”. Nell’immagine
non si cerca la riproduzione fedele della natura, si vuole
scoprire se questa immagine ha una certa somiglianza con l’immagine
primordiale del nuovo Adamo. L’immagine doveva essere
una copia pallida e misteriosa dell’uomo celeste, dello
splendore di Cristo. Questa concezione emerge anche dai gesti
e dalle caratteristiche delle figure di questa epoca. Anche
i colori assunsero un significato simbolico, il rapporto della
collocazione spaziale fra le singole scene e figure acquistò
una importanza sempre più grande
Chi si accinge a “leggere” una raffigurazione
pittorica, cioè ad esaminarla e interpretarla, deve
perciò concentrare la sua attenzione sulla questione
fondamentale: se il contenuto è in relazione alla Scrittura
e se è espressione del messaggio biblico.
Come si “leggono” le illustrazioni? A questo proposito
alcuni consigli ci sono stati tramandati dai Padri della chiesa
greca. Teodoro Studion, che ha trattato nel modo più
completo la teologia greca nell’illustrazione, fa considerare
il pericolo derivante dallo studio di una figura o scena considerata
solo in sé e per sé. Egli ricorda che l’Evangelista
e il pittore devono completarsi a vicenda e considerare che
solo in virtù di questo loro rapporto intimo e reciproco,
essi sono in grado di contribuire alla proclamazione dell’annuncio
dell’opera di redenzione..
Qui si cela l’ostacolo che intralcia l’uomo moderno
nel suo tentativo di avvicinarsi al mondo metaforico medioevale.
L’arte figurativa medioevale si dischiude alla comprensione
approfondita del suo contenuto solo se posta in relazione
alla parola da cui ha preso origine.
Riportiamo le parole di un contemporaneo:
“Tutto quello che serve di decorazione nell’ambito
della chiesa, ha la sua origine nei misteri divini, e ogni
cosa effonde una dolcezza celeste, ma solo se trova un osservatore
attento, che sa ’succhiare’ il miele dalla roccia
e far uscire l’olio dalla pietra più dura”.
Gherard Ruf
O.F.M.CONV